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lunedì 23 aprile 2012

Luca "Palla di Cannone" Mancinotti

E' uno di quelli che non ti fa piacere avere davanti, perché se gli salta su lo gnomo non ce n'è per nessuno. Gira il polso sul gas sempre verso il basso, e ogni volta che lo incontri ti sembra un miracolo di vederlo ancora vivo. La sua non e' passione ma pulsione, folle e viscerale per la potenza e la velocità. Da sempre a cavallo di bicilindriche rigorosamente italiane, tra gare combattute, perse o finite male, "palla di cannone" e' uno di quei tipi che ami o che odi. Perché e' bravo e pure bello e di qualità ne ha da vendere, ma quando gli parte la ciabatta diventa il cane più rabbioso del parco zoologico urbano. Luca mena, sulla moto e sui suoi piedi, ma quando sorride capisci che dietro quei denti bianchissimi c'è uno spirito sincero e sotto il giubbotto di pelle batte il cuore di un docile e tenero paparino. E' l'amico che tutti vorrebbero avere (ma se non sei fidanzato) il compagno di strada che vendica gli indegni sorpassi altrui, l'uomo che non ti lascia mai a piedi, e che offre sempre un'altro giro di birra. Quello che fa ingranare le serate e poi, sul più bello, saluta tutti e se ne va come avesse un impegno improrogabile, come se la sedia sotto al culo gli bruciasse e saltando sulla moto schizza via veloce come una pallottola. Un'altro appuntamento con la notte e la strada, un'altro demone da cacciare via sul filo del gas.

lunedì 12 aprile 2010

Giuliano "Schizzo" Minutillo Turtur

Giuliano Massimiliano Minutillo Turtur, classe 1971, fin da piccolo si appassiona al mondo dei motori, soprattutto automobilistico. Passione ereditata dal padre, ex corridore di buon livello di gare in salita con le auto. A 12 anni inizia a partecipare a qualche gare nei Giochi della Gioventù con le BMX. A 16 anni viene fulminato dalle 2 ruote tassellate. Prova una moto di un amico sul Crossodromo di Cingoli ed è amore a prima vista. Negli anni seguenti con moto di amici prestate e poi finalmente con una propria moto partecipa a diverse gare di Motocross nel campionato regionale delle Marche. Ottiene dei buoni risultati in due Coppe 1000 Dollari, fin quando nel 1980 durante una gara di cross finisce fuori pista, facendo un discreto volo di parecchi metri per poi finire su un capanno di lamiera, distruggendo moto e un paio di costole ed il mento. E’ l’ora ripassare alle moto da strada. Acquista un CBR 600 nuovo, dopo sei mesi lo distrugge in una curva sulla sacrofanense. Lui illeso , la moto da buttare. Ecco che un compagno della squadra di Rugby, guzzista navigato, gli consiglia l’acquisto di una Moto Guzzi, con le testuali parole: "di motore non è un granchè, ma in curva viaggia su 2 binari come un treno altro che giapponesi."Bastano queste poche parole per convincerlo. Dopo poche ricerche trova un vecchia Le Mans III di colore bianca e nera, pagata 1.800.00 Lire. Inizia così una relazione vera e propria con la sua Guzzi, che pur avendo spesso problemi di varia natura: dall’impianto elettrico che fa le bizze, cavi della frizione che si stuccano, cerchi che si ovalizzano e ammortizzatori difficili da far funzionare a dovere, dimostra di essere viva con un proprio carattere con pregi e difetti. Si macinano chilometri assieme, si accendono bagarre con gli amici, tutti su potenti giapponesi, si compiono viaggi indimenticabili. Ed è proprio quando a Vallelunga, con la sua fidata Le Mans III, compie un giro con la moto che derapa a destra e sinistra, che lo fa notare da Claudio Porrozzi, l’allora direttore della rivista “La Moto”. Inizia un nuovo capitolo, un sogno che diventa realtà. Provare e testare le moto, partecipare alle presentazioni ufficiali di nuovi modelli, scrivere di moto e del mondo che gli ruota attorno. Con le immense possibilità che un lavoro del genere può offrire "Schizzo", questo il suo nome di battaglia in moto, inizia a correre in diverse specialità motoristiche. Partecipa in ordine sparso: a gare di Short Track con le Harley, diverse gare in pista nel Campinato italiano di Superbike e SuperSport - con le moto messegli a disposizione o dalla rivista o dalle case produttrici al fine di testare nuovi materiali - al campionato Interregionale e Nazionale di Super Motard, ed infine di Enduro negli ultimi anni. Con una nuova Le Mans III acquistata nel 2002, modificata pesantemente, partecipa nel 2006 al Classic Tourist Trophy dell’isola di Man. Arriva 32° su 120 iscritti. Un’esperienza che non scorderà mai, un' ulteriore sogno avverato, anche se con un dispendio economico non indifferente... Tutte queste esperienze in sella a diverse moto gli vale il soprannome di “L’uomo che sussurra alle moto”. Passano gli anni ed ecco che la scuderia di "Schizzo" inizia ad ampliarsi. Arrivano diverse moto sempre legate agli anni 80/90 grande periodo motociclistico, che tanto a dato al mondo delle due ruote. Kawasaki GPZ 900, Ducati Paso 907ie , Yamaha XT 600 Tenerè, Yamaha V-Max, Suzuki GSX r 750 e 1100 ed ultimamente una bellissima Guzzi Le Mans II. Insomma siamo davvero lieti di avervi raccontato la storia di uno di noi, uno che sente l'anima di queste creature di acciaio e alluminio, specialmente se hanno impresse sul serbatoio l'Aquila dalle ali spiegate.

"Schizzo" regna in un luogo speciale, un box trasformato in eremo colorato odoroso di grasso e cuoio. Qui, tra tute, caschi e serbatoi, compie i suoi ritiri spirituali, le sue ascensioni fantastiche nel regno della motocicletta.

Luca Mancinotti

lunedì 8 febbraio 2010

Bill Lomas il "domatore" della Otto Cilindri







Un mito del motociclismo degli anni '50. Il suo nome verrà legato indissolubilmente ad un altro mito delle due ruote: la Moto Guzzi Otto Cilindri. Bill Lomas, nasce l'otto marzo del 1928 a Milford (Inghilterra), da padre meccanico di Rolls Royce e madre commessa in un negozio. Fin da piccolo dimostra una passione verace per le due ruote che lo portano a debuttare, a 18 anni (nel 1946) in sella ad una Royal Enfield 350. Contrariamente a quanto si può pensare, fu la stessa Royal Enfield a permettere a Lomas di emergere nel motociclismo sportivo. Il suo rapporto con la casa britannica durerà diverso tempo, permettendogli nel 1949 di arrivare settimo al Tourist Tropy (con la 250) e di vincere una gara a Weston. Gli anni a seguire saranno caratterizzati da brevi legami con altri marchi britannici fino a quando, nel 1955, approda alla Moto Guzzi a metà stagione dove correrà una parte con la mitica “350 bialbero”, con la quale vincerà diverse gare (Germania, Belgio e Ulster). Lomas immediatamente si trasferisce a Mandello del Lario con la famiglia, dove legherà con tutto l'ambiente, ma in particolare con l'Ing. Carcano. Di carattere estremamente aperto e socievole, l'inglese riesce subito a farsi ben volere anche grazie alle sue eccellenti doti di collaudatore, che gli permetteranno di raggiungere l'apogeo in sella alla mitica “Otto Cilindri”. Moto che appare progettata da Carcano, Todero e Cantoni apposta per lui. Se molti altri piloti avranno difficoltà ad adattarvisi, lo stesso non può dirsi per Lomas, che la sviluppò dal 1955 fino al 1957, cogliendo memorabili diverse vittorie e stabilendo il record mondiale dei 10 km con partenza da fermo, ad una media di oltre 243 km/h (!!!!!) ed una velocità di punta di 318 kmh... Memorabile nel 1956 (sempre con la “Otto Cilindri”) una sua gara ad Assen. Dopo esser partito in ultima posizione per essersi dimenticando di accendere l'interruttore di massa l'inglese, a suon di gomitate e buttando fuori numerosi piloti, rimonta fino alla prima posizione vincendo la gara. Alla fine del 1957, dopo diversi infortuni, Lomas abbandona le corse per dedicarsi alla sua rivendita di moto. Prenderà parte a diverse rievocazioni storiche con la “Otto Cilindri”. A Mandello del Lario ci è stata raccontata una storia. Pare che ad una delle ultime rievocazioni cui Lomas ha partecipato (avendo ben oltre 70 anni) sul circuito di Brand-Hatch, abbia voluto utilizzare la moto che giace all'interno del museo. I meccanici gli raccomandano di andar piano e non esagerare. Bill entra e gira come un forsennato, lasciando tutti increduli. Ci lascia nel 2007 a 79 anni.

sabato 6 febbraio 2010

Armando “Barabba” Cola: l’uomo che sussurra alle Laverda


Da Mentana, il paese dove l’esercito di Pio IX prese a schiaffi Garibaldi, sprofondiamo in un vicolo umido e buio dove si mormorava vivesse ed armeggiasse un personaggio leggendario. Lo incontriamo mentre affabilmente ci saluta con le mani svelte e ci conduce, interrogandoci sulle nostre intenzioni, verso quella che si rivelerà una sorpresa inaspettata. Davanti a noi sferraglia una serranda grigia che custodisce l’officina-museo dove riposano, dalle glorie del passato, i giganti dell’asfalto degli anni ’70. In questo luogo Barabba ripara, restaura e perché no, costruisce, le Laverda. Lo spettacolo che si para dinanzi ai nostri occhi appena i neon hanno finito di balbettare è straordinario. Sul ponte, come un colpo in pieno petto, scorgiamo le grazie uniche di una splendida Laverda 1000 SFC (ORIGINALE!) assistita a pochi centimetri da una Jota 1000 che mostra orgogliosamente il petto adornato dai tre collettori inconfondibili. Subito dietro, altre sagome arancioni dai nomi leggendari ci fanno sembrare di essere finiti in un enclave di Breganze.

Qui, nel tentativo di resistere ad un mondo visto soltanto in arancione, tre Guzzi V7 Sport dalle livree verdi fanno bella mostra di se. La prima si pavoneggia nel ruolo ufficiale, col vestito buono di società rigorosamente originale; l’altra, più informale ma sempre elegantissima, concede alla sua grazia un tono di brio con semimanubri special e scarichi Lafranconi Competizione. Poi…e poi…Schiva e sinistra lì, poggiata spavaldamente al muro, un’autentica V7 Sport da pista… una moto da corsa dei primissimi anni ’70 elaborata dalle officine Galanti. Di originale soltanto l’aspetto, terrificante con la sua gobba ed i suoi fianchi stretti dai quali fuoriescono due tubi neri, ricordo sclerotizzato di ciò che in origine dovevano essere marmitte. Tra i due semimanubri (o più realisticamente “tientibene”) il solo contagiri, l’unica informazione di servizio che una moto così incazzata può concederti. Per quanto riguarda il motore i dati tecnici non sono noti, qualcosa ci dicono soltanto i due Dell’Orto da 40 mm… Ci arrendiamo dinanzi alla sua pericolosissima bruttezza, al suo fascino di fuoco e acciaio. A guardarla si capisce il perché le aristocratiche MV Agusta LA temessero così tanto… “Barabba”, per omaggiare la nostra devota visita, decide di festeggiare l’evento facendo girare le bielle prima della Jota (il paradiso esiste!) e della Guzzi V7 (in quel preciso istante l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia registrava una lieve entità sismica con epicentro Mentana, alcune persone sono scese in strada ed altre hanno preferito trascorrere la notte in auto).

Barabba parla alle sue moto, alle sue Laverda che gridano e diffondono la loro rabbia per le campagne circostanti; si inebria coi loro fumi che si disciolgono e si fondono con quelle delle sue MS. Dopo qualche bicchiere di generosissimo vino rosso, ci guarda e ammette: “comunque, davanti ad una Guzzi preparata non ci sta nessuna”. Da quel momento, o forse anche prima, cominciai ad amare quell’uomo. Trascorsi la notte dormendo poco e male, i tuoni di quelle macchine rimbombavano ancora nelle mie orecchie. Il silenzio della notte appariva soltanto patetico e stanco.

Luca Mancinotti

lunedì 1 febbraio 2010

Ascanio “Asky 1:43” Gardini


Proveniente da una lunga malattia chiamata Harley Davidson (non del tutto smaltita) un fortunato giorno, come San Paolo, venne folgorato sulla via di Mandello, mentre inconsapevolmente si recava verso la fabbrica gloriosa. Una conversione vera e del tutto particolare, avvenuta ancor prima di varcare i cancelli del Santuario e pertanto classificabile come miracolo autentico operato grazie all’indiscutibile intercessione di San Carlo Guzzi da Milano. Ascanio, quando si arrampica per raggiungere la sella di una Guzzi, compie ogni volta una vera e propria ascensione spirituale; si trasfigura e, in quel preciso istante, è possibile leggere nei suoi occhi una stilla di paradiso. Appassionato di motociclette fin dalla più tenera età, ha fatto della passione un mestiere. Devoto delle competizioni Superbike, amico e seguace di Carlo Talamo (1952-2002), è scrittore di gustosi racconti motociclistici nonché collaboratore delle riviste “Freeway” e “Racer”.


giovedì 28 gennaio 2010

Felice Denci: passione pura


Felice, Felicetto, Felì o, come dice mio nipote, Fecile. Occhi azzurri e cuore rosso, ma soltanto in omaggio al campo sul quale si staglia l'Aquila dalle ali dorate di Mandello del Lario. Noto, specialmente tra i nostalgici, come il "Moretto romano", in omaggio al mitico meccanico Guzzi Agostini, soprannominato per l'appunto il "Moretto". Felice, o Fecile che dir si voglia, vive con le mani nel grasso dei bicilindrci lariani, non per caso del destino ma per motivata e tenace convinzione. Quindi un guzzista, ancor prima di essere un meccanico o, come sostengono taluni, "tecnico motorista". Lavora nella borgata profonda, di quella che quando ti congedi da lui lo saluti dicendo: "Felì, quanno vieni a Roma s'annamo a pià n'caffè". Felice è un bel ragazzo, giovane, aitante, del tipo che se lavorava alla Yamaha se lo portavano in giro per i paddok di Valentino Rossi solo per far fare bella figura alla casa nipponica. Felice se ne frega, e pur di stare in mezzo ai suoi bicilindrici trasversali, rinuncia alle glorie mondane e vicino ai suoi ponti che innalzano le Guzzi al cielo, ha trovato il suo equilibrio perfetto, il suo zenith e nadir. Felice è, per noi guzzisti romani "quel gran genio del mio amico, lui saprebbe come aggiustare con un cacciavite in mano fa miracoli..." Provare per credere.

Luca Mancinotti

martedì 26 gennaio 2010

Antonio Ligabue: Guzzi e Demoni


La follia si raggiunge attraverso la perforazione di una membrana sottile, apparentemente assente ma in realtà, anche se nascostamente, presente. Perforarla non è cosa semplice ma nemmeno impossibile. La vita, le esperienze, i cuori sensibili stuprati da traumi irresistibili. Antonio “el Mat” oltrepassò quel confine misterioso. Condusse una vita tribolata, inasprita dall'assenza di affetti e dall’emarginazione. Nonostante tutto dipinse, la pittura lo aiutò a mostrare agli altri quanto in realtà fosse profonda e colorata la sua anima, quanto in realtà la follia potesse essere considerata soltanto un punto di vista soggettivo. Il suo talento non tardò a farsi notare, e quando critici e galleristi cominciarono ad occuparsi di lui, vinse molti premi e riconoscimenti. La notorietà non cambiò il suo modo di essere, ma la sua esistenza migliorò: le commissioni e i soldi gli permisero di coltivare la sua passione per le Moto Guzzi, che acquistava anche usate barattandole con i suoi quadri e accanto alle quali amava farsi fotografare. Edmondo Borselli scrisse: «Quando era disperato e senza una donna saliva sulla moto e sfidava la nebbia dei viottoli di campagna, perché la testata scoppiettante e calda della Guzzi era l'unica consolazione contro il gelo dell'inverno e l'ostilità imperscrutabile del mondo». La Moto per lui fu l’unica vera compagna su cui contare, fedele e devota e disposta a seguirlo ovunque. Insomma, uno di noi.

Luca Mancinotti